giovedì 3 gennaio 2019

Questione di virgole, di e con Leonardo Luccone

Nicol senza e per Lectorinfabula
Nel pomeriggio di venerdì 14 settembre, la spiritualità di cui la chiesa di San Benedetto si ossigena, non è stata in grado anche solo di obnubilare l'irriverenza con la quale un punto e virgola rivendica i propri originari diritti.
Ed è in questo clima di sfacciata denuncia che Leonardo Luccone, con il suo libro "Questione di virgole", non ci presenta solo la punteggiatura, bensì lo fa rendendosene parte. Questa impersonificazione allegorica, specchio di un altrettanto brillante utilizzo della penna, è sinonimo di novità espositiva nel panorama del Festival, e invito per il pubblico, o più generalmente per il lettore, ad un corretto utilizzo dei fantomatici segni di interpunzione, nella loro totalità.
Una totalità che esclude, però, non è una totalità; e allora come può la famiglia della punteggiatura emarginare il punto e virgola e continuare a definirsi tale?
Leonardo Luccone, nel suo monologo dai connotati teatrali e perché no, anche attitudinalmente didattici, conquista la scena in qualità di punto e virgola "incazzato" e la chiude, in quanto tale, più "incazzato" di prima.
Un'indignazione resa frustrante in modo esemplare dalla retorica della personificazione, sulla quale si articola tutto il concetto di terrorismo interpuntorio. Il punto e virgola è condannato ad una vita d'ombra, dove ambiguo, ossimorico, buono a nulla, sono solo alcuni dei soprannomi a lui attribuiti; emarginato e discriminato dal suo ruolo di operatore logico, usato come pausa per prendere fiato e catalogato come una "curiosità espressiva" del tutto semplificabile e sostituibile.
Eppure il punto e virgola gode di una pluricentenaria storia, che giunge fino alla fucina culturale di Pietro Bembo, primo in Italia a forgiare la sua fisionomia e i suoi tratti somatici, e non vive certo di stenti nel contesto culturale di Pasolini e Pavese, i quali ne fanno uso smisurato, eleggendolo re della punteggiatura.
Con loro anche Moravia scopre la bellezza nell'imperfezione di un "segnetto" che non è un po' virgola e un po' punto, ma ha un nome proprio e come tale delle funzionalità esclusive.
Al che il tono della narrazione si fa pretenzioso, Luccone mette da parte più che può se stesso, ed il punto e virgola inizia il suo appello. Richiede il diritto di essere invisibile, perché la punteggiatura è funzionale solo quando lo è, e di poter esercitare il suo carattere baricentrico, continuando a dividere senza separare. Il pubblico è impietrito, quasi autocondannatosi.
Il filone non è più solo stimolo alla messa in gioco in qualità di scrittori, ma è una vera e propria sollecitazione all'autoanalisi, che invita a fare del testo la propria musica e di ogni segno di interpunzione, nessuno escluso, la propria espressione ritmica.

Nicol Locaputo

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